Nella confusione che spesso accompagna il tema dell’innovazione digitale (e della tecnologia in generale) molte volte ci si lascia condizionare dalla descrizione di panorami opposti tra loro e che spaziano da un ottimismo sfrenato a un pessimismo quasi apocalittico per quanto riguarda l’uomo e, in particolare, il mondo del lavoro.
Considerando, ad esempio, le conseguenze dell'utilizzo di una tecnologia come l’intelligenza artificiale, troviamo reazioni che mostrano entrambi i lati della medaglia. Si tratta, infatti, di una tecnologia che se da una parte viene vista in un’ottica iper-ottimista per gli indubbi vantaggi che produce, comunque trascurando temi importanti legati all’utilizzo dei dati (quali la trasparenza, la sicurezza, la fiducia), dall’altra parte si ritiene che essa rappresenti un rischio per quello che riguarda la possibile sostituzione tecnologica per milioni e milioni di lavoratori.
Non dobbiamo, però, perdere di vista un concetto importantissimo: qualunque tecnologia è governata dall’uomo. E proprio dall’uomo, quindi, devono partire quelle opportunità per ottenere risultati positivi dalla digitalizzazione.
Per fare questo tutti devono essere messi nella condizione di cogliere le potenzialità dell'innovazione tecnologica che, entrando all’interno delle procedure lavorative e nei processi decisionali di tutti i giorni, porta a dei miglioramenti che possono essere facilmente riconosciuti. La tecnologia deve essere utilizzata per incrementare efficienza e profitto, ma è anche un mezzo per valorizzare i talenti e le capacità del capitale più importante per le imprese del nostro Paese: le persone.
Il piano “Industria 4.0” ha dato una grande spinta in questo senso, puntando ad accelerare in parallelo innovazione tecnologica e sviluppo delle competenze, incentivando l’aspetto della formazione aziendale senza trascurare il raccordo con il sistema educativo e stimolando l’aggregazione di ecosistemi di innovazione sul territorio con i Competence Center.
Ma se si guarda a come sono stati utilizzati i fondi, chi ha usufruito del Piano si è concentrato soprattutto sulle tecnologie abilitanti, mentre gli incentivi in formazione e consulenza sono stati appena il 7% del totale.
Tutto questo mostra il bisogno di una rivoluzione di mentalità che porti innanzitutto alla comprensione dell’importanza della formazione tecnologica e digitale per attivare la riqualificazione digitale della forza lavoro. Un reskilling tecnologico che si deve concretizzare in percorsi di formazione continua che permettono di aggiornare le competenze.
Se ciò non avviene, le aziende saranno destinate ad usare le tecnologie senza sfruttarle a pieno, solamente perché sono a loro disposizione e perché vengono utilizzate da partner e concorrenti, oppure queste verranno addirittura ignorate e non utilizzate.
Conoscenza e formazione sono componenti fondamentali per la trasformazione digitale
Il ruolo del sistema educativo nella digital transformation è fondamentale, ma i suoi tempi sono troppo lunghi e riuscirà ad essere incisivo solamente per i lavoratori del futuro (che faranno lavori che non ancora esistono). Nel breve periodo, e per i lavoratori di oggi, è necessaria l'attivazione immediata di percorsi di formazione per la comprensione e lo sviluppo delle competenze digitali.
L’aggiornamento delle competenze tecniche e manageriali può avere un impatto grandissimo in un Paese come il nostro che incontra difficoltà anche sulle competenze digitali di base e dove una percentuale importante dei lavoratori ricopre posizioni ad alto rischio di automazione.
Bisogna creare opportunità di apprendimento rapide, flessibili, immediate per sviluppare tutte quelle competenze che mancano, incluse le soft skills che servono oggi per lavorare in un contesto digitale. Ma i costi per la formazione sono importanti. La soluzione sta nel fare sistema: distribuire l’impegno e i costi per diffondere su larga scala le nuove conoscenze.